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martedì 28 aprile 2020

Non è mai troppo tardi per imparare da Alberto Manzi




manziIl Piano Nazionale Scuola Digitale è uno dei pilastri fondamentali de La Buona Scuola (Legge n. 107/2015), ma solo ora che le scuole sono chiuse per evitare il propagarsi dell’epidemia è diventato realtà. Tutti gli insegnanti si stanno misurando con la didattica a distanza, una vera e propria rivoluzione nel modo di insegnare, che oggi avviene attraverso lezioni virtuali grazie alle potenzialità della rete internet. Anche gli alunni hanno bisogno di vedere e sentire i docenti, per dare una scansione alle lunghe giornate in casa, per impegnare positivamente e produttivamente il tempo a disposizione.
In questi giorni ho riflettuto su una figura di maestro che negli anni Sessanta ha rivoluzionato la vita degli italiani promuovendo una didattica a distanza degna di nota. Sto parlando di Alberto Manzi, il maestro romano che con il programma “Non è mai troppo tardi”, trasmesso negli anni tra il 1959 e il 1968, ha insegnato a leggere e a scrivere a milioni di italiani, liberandoli dalla piaga dell’analfabetismo.

Ogni giorno, nel tardo pomeriggio, un folto pubblico di persone adulte che tornavano dai campi o dalle fabbriche si presentava all’appuntamento con il mitico maestro d’italiano, che su una lavagna tracciava segni dapprima indecifrabili e che, successivamente, acquistavano il loro giusto valore. Con l’entusiasmo dei neofiti e la caparbietà di chi aveva affrontato nella vita prove ancora più dure, quegli uomini e quelle donne si cimentavano con l’apprendimento della scrittura e della lettura e quando, finalmente, riuscivano a conquistarle, si sentivano soddisfatti, perché convinti di essersi liberati da un giogo pesante. Circa un milione e mezzo di persone conseguì, grazie alle lezioni del maestro Manzi, la licenza di scuola elementare. Fautore di una didattica innovativa, sapeva bene che l’apprendimento scaturisce dalla motivazione e perciò cercava di rendere accattivanti le sue lezioni: si avvaleva di una lavagna luminosa, antesignana delle contemporanee LIM, e di un blocco di carta montato su un cavalletto, sul quale scriveva lettere e parole semplici, corredate da disegni altrettanto semplici, ma in grado di sollecitare la sete della conoscenza dei suoi alunni. Le sue innate doti comunicative furono associate al disegno, perché riteneva che animando la sua lezione avrebbe coinvolto attivamente gli utenti.
Manzi era un visionario, un uomo capace di andare oltre con la mente, capace di scelte audaci, come quella che gli costò la sospensione dal lavoro quando rifiutò di compilare le schede di valutazione introdotte nel 1981 giustificando il suo rifiuto con queste parole: "non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni".
L'anno seguente il Ministero della Pubblica Istruzione, considerata la sua popolarità, cercò di convincerlo a scrivere le valutazioni e Manzi rispose che avrebbe formulato un giudizio uguale per tutti tramite un timbro: "Fa quel che può, quel che non può non fa". Il Ministero rifiutò la valutazione timbrata e Manzi ribatté: "Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna".
Un uomo, quindi, capace di scelte forti, come quando gli fu proposto di fare da testimonial a una pubblicità, rifiutando una cifra a quei tempi esorbitante, perché non poteva sopportare che il suo volto, conosciuto per aver promosso il processo di alfabetizzazione degli italiani fosse accostato a quello di persone che reclamizzano un qualsiasi prodotto. Un uomo fiero del proprio essere, delle proprie convinzioni e deciso a sostenerle fino in fondo, probabilmente perché era convinto che il metodo più efficace per insegnare fosse l’esempio.
Alberto Manzi aveva le idee chiare e non esitava a esprimerle, anche a costo di sacrifici. Emblematica la lettera di fine anno scolastico scritta dal maestro Manzi ai suoi alunni di quinta elementare nel 1976, in cui tra l’altro, si legge: “Volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per sanare le piaghe e rendere il mondo migliore. Ora dobbiamo salutarci… Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o “addomesticare” come vorrebbe… Siete capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete… Perciò avanti serenamente, allegramente”.
Il suo impegno nel promuovere la conoscenza tra i banchi di scuola e anche attraverso il tubo catodico scaturiva da questo profondo desiderio: liberare l’uomo dalle catene del servilismo grazie alla cultura, che davvero ci rende liberi se promuove la nostra capacità di pensare in modo autonomo, di scegliere perché capaci di farlo. Alberto Manzi riuscì a rendere libere tante persone. Fu particolarmente commovente, nell’ultima puntata dello straordinario programma da lui condotto, sentire una nonnina di 82 anni, Agata, leggere dei proverbi alla lavagna, a dimostrazione del fatto che “non è mai troppo tardi” per imparare.
Oggi, in questo drammatica fase della nostra vita, in cui si combatte nel mondo un virus che uccide e la scuola non perde la sua dimensione educativa rimanendo caparbiamente vicina ai suoi alunni, anche se a distanza, non possiamo dimenticare una pietra miliare della Scuola italiana che ha saputo offrire il suo sapere a servizio della nazione, sfidando ogni riserva e proiettandosi nel futuro. La sua scommessa è stata vinta e ha posto le basi per scelte sempre più lungimiranti e decise. Oggi parliamo di “didattica a distanza” come qualcosa di innovativo ed è così, soprattutto per l’utilizzo di mezzi che prima erano sconosciuti, ma non possiamo dimenticare un maestro che di questa didattica è stato il pioniere. “Non è mai troppo tardi” per riconoscere i meriti di un uomo che ha contribuito, con il suo metodo innovativo e la sua onestà intellettuale, a scrivere una pagina importante della storia d’Italia, esaltando i valori della libertà, della pace, della giustizia e della solidarietà, valori in cui, fortunatamente, continuiamo a credere.

 copyright © Educare.it - Anno XX, N. 4, Aprile 2020

sabato 7 luglio 2018

Una mitica lezione di ospitalità




imgNel lessico quotidiano parole come “accoglienza” e “ospitalità” sono ormai ricorrenti, perché lo scenario mondiale è caratterizzato da notevoli flussi migratori di profughi che chiedono di essere accolti, sfuggendo a situazioni estreme vissute nei loro Paesi d’origine, e perché, in senso più lato, ogni essere umano ha bisogno di vivere in relazione con l’altro, diventando suo “ospite”.

Cosa significa essere ospitali ce lo insegna la mitologia greca, che il poeta latino Ovidio riprende nell’ottavo libro delle Metamorfosi, raccontando la delicata storia di Filemone e Bauci. Erano, questi, due anziani coniugi che vivevano miseramente in una casupola, uniti da un tenero vincolo d’amore.
Un giorno Zeus, padre degli dei, decise di scendere dall’Olimpo assieme al figlio Hermes per chiedere ospitalità agli uomini. Recatisi in Frigia, bussarono a tante porte, ma nessuno fu disposto ad accoglierli. Solo i due anziani coniugi aprirono la porta della loro povera casa e accolsero gli ospiti in modo gentile, rifocillandoli con il poco cibo a loro disposizione, ignari di avere a che fare con Zeus in persona. Quando Filemone scoprì che alla sua tavola era seduto proprio il padre di tutti gli dei, pensò di sacrificare l’unico tesoro in suo possesso, un’oca, per onorarlo nel modo dovuto. Ma Zeus ne impedì il sacrificio e, per compensare i padroni di casa, riconoscente, chiese loro di esprimere due desideri. Promise, inoltre, che li avrebbe portati con sé sull’Olimpo, risparmiandoli dal diluvio che avrebbe scatenato sul loro paese, per punire gli uomini per la loro mancanza di ospitalità. I due coniugi chiesero di poter servire gli dei per tutto il resto della loro vita e di poter morire insieme. La loro casa si trasformò quindi in un tempio e Filemone e Bauci vissero ancora per tanti anni servendo gli dei, come avevano richiesto, e morirono insieme, abbracciati, trasformandosi uno in una quercia e l’altra in un tiglio.
Per i Greci, come insegna questo mito, l’ospitalità era sacra, perché accogliendo un ospite si pensava si potesse accogliere un dio. Perciò, essere ospitali non era un dovere, ma un vero e proprio onore tanto che, alla sua partenza, all’ospite venivano offerti dei doni e stabilendo un legame tra le famiglie. Ancora una volta la civiltà antica riesce a fornirci una lezione “mitica” e a farci comprendere che, anche se il tempo passa, certi valori conservano inalterata la loro importanza. Non a caso, in Grecia, con il termine xenos si indicava lo straniero, ma “xenos” era anche l’ospite.
Aida Dattola
Pubblicato su Educare.it il 6 luglio 2018

martedì 26 luglio 2016

La pedagogia della lumaca, ovvero l'elogio della lentezza.


La noia, linfa segreta della creatività



I ritmi sempre più frenetici del mondo contemporaneo hanno determinato un nuovo concetto di tempo: non più una categoria che l’uomo gestisce e utilizza per i propri fini, ma piuttosto un vorace cavaliere oscuro che lo travolge e lo fagocita, destituendolo dal suo ruolo di “padrone” a quello di “servo”. Neppure i bambini sono esenti da questo vortice e sono sottomessi al tempo. Sono oberati da impegni continui e scanditi da orari ben precisi: palestra, corso di musica, gara di nuoto, laboratorio artistico e... così via! Poveri bambini! Costretti a vivere le loro giornate come una frenetica corsa, non hanno neppure il tempo di annoiarsi... Ma sono davvero così felici di rinunciare a quella sensazione di vuoto non riempito che si chiama noia? E questa è davvero tutta deleteria o può addirittura essere considerata un valore?

Al di là delle mie considerazioni personali, determinate da esperienze concrete vissute in età infantile, quando avevo il tempo di annoiarmi e, grazie a questo, potevo far lavorare la mia fantasia per inventare un gioco nuovo o per “costruire” storie, ho cercato di avvalorare le mie idee in proposito facendo riferimento a quelle, più autorevoli, di persone esperte.

Teresa Belton, scienziata inglese esperta di problemi dell'infanzia e dell'apprendimento, per esempio, sostiene che la noia è “la linfa segreta della creatività”. Oggi i genitori sono convinti che impegnare i figli in varie attività pomeridiane extrascolastiche sia propedeutico a una maggiore efficienza futura, ma non è proprio così. Avere tempo per pensare può aiutarli a scoprire meglio ciò che li rende felici. Perciò, ai bambini deve essere lasciato lo spazio idoneo per gestire in modo personale il loro tempo e non avere tutto programmato e gestito dagli adulti. Come sostiene la Belton: “Facciamo dunque i giusti onori alla noia. Questa buona fata che costringe i nostri bambini, sbadigliando, a scegliere ciò che è davvero utile per loro”: avere tempi morti in una giornata già scandita dalle ore dedicate alla scuola e alla normale e indispensabile routine della giornata deve rappresentare, per il bambino, il modo più congeniale per attivare le sue doti creative. Per evidenziare il valore educativo della noia la scienziata inglese cita i racconti dell’infanzia di artisti e scrittori che, avendo avuto il tempo di annoiarsi, sono stati indotti a riflettere sulle proprie inclinazioni e , in futuro, a farle proliferare. Perciò, non si deve “riempire” il tempo, ma far sì che sia il bambino a trovare, nei cosiddetti ”tempi morti” alternative positive alle quotidiane attività.

Anche lo psicoanalista Adam Phillips nel suo libro Sul bacio, il solletico e la noia scriveva che la "capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere", perché attraverso la noia egli può riflettere sulla vita e fare le scelte che lo rendono felice. Certo, l’idea del tempo nel bambino è diversa da quello dell’adulto, perciò bisogna fargli comprendere che esistono, durante la giornata, delle azioni che si succedono con regolarità, e tra queste c’è, appunto il tempo in cui può scegliere cosa fare. Pertanto, alla luce delle considerazioni fatte, come insegnante avverto l’esigenza di consigliare ai genitori di non sovraccaricare d’ impegni i loro figli, considerando il tempo un vuoto da riempire a tutti i costi, perché esso deve essere gestito in modo consapevole. I minuti, le ore, i mesi e gli anni che abbiamo a disposizione sono carichi di suggestioni e non possono essere vanificati dai nostri inutili sforzi di renderli sempre proficui. Il tempo è fatto anche di pause, di riflessioni che hanno un loro valore proprio perché ci permettono di dare un significato al nostro cammino, e queste pause hanno un nome spesso utilizzato in senso negativo: “noia”. I bambini, in particolare, hanno bisogno del nostro aiuto per comprendere che occorre avere anche il tempo di annoiarsi per crescere e per progettare il proprio futuro.

Infine, per avvalorare il concetto della positività della noia, non posso non citare il compianto dirigente Gianfranco Zavalloni che, nel suo “Manifesto dei diritti di bimbi e di bimbe”, al primo posto mette il diritto all’ozio, inteso come diritto “ a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti”. Riconosciamo, perciò, ai nostri bambini la libertà di annoiarsi e di vivere momenti di vita autogestiti, in modo che imparino a scegliere ciò che a loro più piace, magari a vagheggiare un mondo fantastico e migliore, a progettare un sogno che potrebbe diventare realtà o, come i poeti dell’antica Roma, fautori dell’otium letterario, a scrivere le pagine più belle di quella straordinaria poesia che è la vita!

copyright © Educare.it - Anno XVII, N. 03, Marzo 2017




Il clima di accelerazione storica del mondo contemporaneo con i suoi ritmi sempre più frenetici e vorticosi ha investito anche la scuola, che spesso non rispetta i tempi di apprendimento dei bambini e li costringe ad una spasmodica corsa, finalizzata al raggiungimento di sempre più incalzanti obiettivi ed alla realizzazione delle più varie proposte progettuali.
L’immagine che emerge è quella di una realtà fittizia, che rischia di essere divergente rispetto alle reali aspettative dei nostri alunni ed ai loro bisogni essenziali.
Il mio professore di pedagogia dell’Istituto Magistrale ci ripeteva spesso un concetto di Rousseau: “bisogna perdere tempo per guadagnarne”, evidenziando che quello che a volte ci appare come tempo perso è in realtà il modo più idoneo per favorire i processi di apprendimento e di crescita degli alunni. A distanza di tanti anni, convinta da esperienze maturate “sul campo”, ho ritrovato nel pensiero del dirigente scolastico Gianfranco Zavalloni una definizione autorevole a quanto da tempo riesco a rilevare nella prassi scolastica quotidiana.
A scuola, soprattutto nella scuola primaria, è necessario bandire la fretta e gli alunni devono avere la possibilità di crescere nel rispetto dei loro ritmi, dei loro modi e dei loro tempi di apprendimento. Il fautore della cosiddetta “pedagogia della lumaca” indica delle strategie didattiche di “rallentamento”, peraltro identificate in una scuola di Bolzano, utili per far vivere ad ogni bambino la scuola come un luogo in cui si cresce in modo naturale e tranquillo.
Perdere tempo a parlare rappresenta la premessa indispensabile per un corretta relazione educativa: non si può prescindere, infatti, dalla reciproca conoscenza e creare in classe un clima sociale positivo è possibile solo ascoltando e conversando con i bambini, conoscendo la loro storia e le loro vicissitudini quotidiane.
I nostri alunni, infatti, non sono materiale amorfo, da trattare in modo indifferenziato e modellare a nostro piacimento… L’ascolto è una delle esperienze più significative, direi fondamentali, della didattica e rappresenta la premessa di quell’empatia necessaria per fare dell’insegnamento una relazione d’aiuto.
Occorre perdere tempo per parlare insieme, nel rispetto di tutti; si deve perdere tempo per darsi tempo, ossia per scoprire ed apprezzare le piccole cose, quelle che magari diamo per scontate, ma che in realtà non lo sono, soprattutto per i nostri alunni, che vivono ogni esperienza con la gioia dello stupore. Ma è importante perdere tempo per condividere le scelte, organizzando a scuola zone di libertà “dove tutti possono sentire la responsabilità di ciò che hanno scelto”, e non solo…..
Si può perdere tempo per giocare, camminare, crescere: il gioco educa alla convivenza civile più di sterili regole apprese sui libri, che non saranno mai interiorizzate perché non vissute; camminare aiuta ad una maggiore conoscenza e alla scoperta del territorio e per prepararci al futuro dobbiamo dare il giusto spazio al nostro presente. Infine, perdere tempo per guadagnare tempo è necessario perché la velocità s’impara nella lentezza.
Il dirigente Zavalloni, grazie all’esperienza maturata in passato come insegnante di scuola materna prima e di scuola elementare dopo, ha delineato una sua “idea di scuola”: partendo dalle riflessioni pedagogiche di Malaguzzi, dalla teoria delle intelligenze multiple di Gardner, da Morin, dalle esperienze didattiche di Lodi e del Movimento di Cooperazione Educativa, arriva alla conclusione che un apprendimento significativo deve passare attraverso tre esperienze:
il gioco
lo studio
il lavoro manuale


Naturalmente, non ci dovrebbe essere una scansione rigida degli orari da dedicare alle discipline di studio, ma piuttosto soddisfare la voglia di conoscenza dei bambini con proposte valide e motivanti. Una classe ideale dovrebbe essere, a suo avviso, composta da un massimo di 16 alunni, sia per favorire il lavoro a piccoli gruppi che per dare spazio alle potenzialità del singolo. Inoltre, sarebbe possibile sperimentare la funzione del tutoring tra pari: il bambino più competente che si occupa del più insicuro, in un clima di collaborazione reciproca.
La scuola, in questo modo, diventa uno spazio di crescita nel quale ad ognuno è consentito di esprimersi senza riserve e nel rispetto dei suoi ritmi, entrando in relazione con gli altri.
Secondo Zavalloni, “la scuola è un concentrato di esperienze, una grande avventura che può essere vissuta come se fosse un viaggio, un libro da scrivere insieme, uno spettacolo teatrale, un orto da coltivare, un sogno da colorare”. A scuola, infatti, si deve promuovere la ricerca, quella vera, che non si avvale semplicemente di un motore di ricerca per reperire informazioni, ma si basa sulla capacità di acquisire informazioni, di confrontarle con altre, cercando anche le persone giuste capaci di fornirle: la possibilità di commisurarsi con le opinioni degli altri e farne poi un nostro “pensiero sintetico” consente di costruire realmente un pensiero critico e di porre le basi per la formazione di una coscienza civica. E’, anche questo, un lavoro lento, “artigianale”, ma con un valore intrinseco determinato proprio dalla costruzione attiva del sapere. I bambini, oggi, fanno ricerche avvalendosi solo del computer ed utilizzando “copia e incolla” per economizzare sul tempo …..ma cosa rimane loro di questo sterile assemblaggio di notizie? La scuola deve offrire ad ogni alunno gli strumenti e gli spazi necessari per crescere e le tecniche di rallentamento sono necessarie per non perdere di vista il valore dell’alunno come persona unica e irripetibile, fatta di emozioni e di sentimenti.
La fretta, si sa, è cattiva consigliera e induce, a volte, i docenti ad assegnare molti compiti per casa per completare i percorsi programmati. Il problema, secondo Zavalloni, non è dato dalla quantità, bensì dalla qualità: se i compiti coinvolgono emotivamente l’alunno e sono piacevoli non sono vissuti come un peso, ma come una piacevole attività di ricerca e di riflessione.
A me è capitato, trattando di poesia, di invitare i bambini ad inventare, senza impegno, a casa, delle filastrocche e di scriverle su foglietti per poi, magari, leggerle in classe. Vedere corrisposta questa semplice richiesta in modo copioso e puntuale conferma il fatto che se un compito piace lo si svolge con amore e non lo si vive come un peso gravoso!
Un’altra osservazione significativa dell’autore è quella della calligrafia: abituare i bambini a scrivere bene (addirittura azzarda un ritorno al pennino e all’inchiostro) è didatticamente importante, intanto perché l’ordine esteriore è proporzionale a quello interiore e poi perché il nostro compito è quello di educare al bello. Così si promuove il gusto estetico e si impara ad amare la vita e la sua bellezza. La bella scrittura, che mi è stata insegnata dalla mia maestra, mi ha sempre aiutato ed è vero che una pagina scritta bene rende piacevole la lettura e ci abitua ad una lentezza produttiva. L’esempio della moviola, utilizzato dall’autore, è calzante per farci comprendere che le riprese alla moviola sono più affascinanti di quelle normali perché ci consentono di vedere tutti i particolari…
Consiglio pertanto la lettura del libro di Gianfranco Zavalloni, che ho trovato molto agevole e significativo, anche alla luce della mia esperienza di insegnante; per far sì che le nuove generazioni non si facciano travolgere dalla fretta ed imparino ad osservare e scoprire il mondo con gli occhi del neofita, con i loro occhi di bambini che sanno ancora esclamare “Oh, che meraviglia!”dobbiamo evitare di spegnere, in nome di una corsa senza significato, la loro sete di conoscenza, che ha bisogno di tempo e di rispetto.
Mi piace sintetizzare la pedagogia della lumaca, ovvero l’elogio della lentezza, con un invito proveniente dalla cultura latina: Festina lente, ossia affrettati lentamente… Per arrivare alla meta non bisogna correre, magari improvvisando, ma impegnarsi senza fretta ed in modo oculato.


Bibliografia:
Gianfranco Zavalloni, La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e solidale, EMI, Bologna, 2008


Autore: Aida Dattola, insegnante nella scuola primaria, laureata in Pedagogia.


C'era una volta, in un Paese lontano, un re molto cattivo e tanto avido di denaro da costringere anche i bambini a lavorare. Un giorno vietò loro di giocare e ordinò che fosse ucciso chiunque non avesse ubbidito.
Fu un giorno molto triste per le famiglie di quel regno: i bambini spensero i loro sorrisi e si guardarono intorno con occhi malinconici. Il sole, che brillava alto nel cielo, si nascose dietro una nuvola per non assistere a quello strazio.

Il re sembrava non far caso a quanto succedeva e costringeva i bambini a lavorare nei campi, per potersi arricchire ancora di più.
Le strade erano diventate silenziose; non si sentivano più le risate argentine dei bambini che giocavano a nascondino, i giocattoli giacevano nei bauli coperti di polvere... Che tristezza la vita senza i giochi dei bambini! 


Il mago Diritto non sopportò a lungo quella situazione e si presentò a corte. Con il suo fare garbato, ma deciso, disse al re:
-Sua Maestà, io difendo i diritti dei bambini e le assicuro che ogni bambino ha diritto di giocare , perché per lui il gioco è vita e dal gioco impara tante cose.
Il re si mise a ridere.
-Ah, sì- gli disse- cosa può imparare un bambino giocando, se non a sbucciarsi le ginocchia?-
Il mago Diritto diventò serio:
-La invito a far giocare di nuovo i bambini per rendere felice il suo regno.-
Il re aveva già chiamato le sue guardie per farlo cacciare, quando arrivò il giardiniere di corte con le lacrime agli occhi.
-Sua Maestà, mi aiuti, mio figlio sta per morire!-
-Certo- rispose il re- quanto denaro ti serve?-
- No, Sua Maestà, non mi serve denaro... Lei deve soltanto far giocare il mio bambino. Senza il gioco è senza vita ed ha perso il suo sorriso-.
Il mago Diritto guardò il re negli occhi, come per dirgli:
-Avevo ragione?-
E il re, compreso il suo errore, ordinò che tutti i bambini tornassero a giocare.
Le strade del regno si animarono, il sole brillò felice nel cielo e sulle bocche dei bambini tornò il sorriso.
Tutto il mondo fu felice, perché ai bambini di quel regno era garantito il diritto al gioco.






Autore: Aida Dattola, insegnante nella scuola primaria laureata in Pedagogia.




copyright © Educare.it - Anno XI, N. 11, ottobre 2011