lunedì 15 luglio 2019
sabato 13 luglio 2019
Un po' di Cuore a scuola non fa male
Il racconto di Enrico, il protagonista del libro Cuore,
mi appassionava e mi catapultava in una scuola in cui si esaltavano i valori
della famiglia, della patria, del rispetto e della solidarietà. Eppure, anche
allora non mancavano le criticità: invidia, superbia, reiterati atti vessatori
nei confronti di coetanei, che oggi definiremmo “bullismo”, ma c’era il mondo
degli adulti pronto a redarguire, a insegnare, a dimostrare, con l’esempio, la
sua autorevole capacità di indirizzare le menti dei bambini verso finalità
positive.
Ho riletto più volte il libro Cuore, l’ho
proposto ai miei alunni, ho scritto una drammatizzazione rappresentata con
successo e ho riflettuto sul fatto che questo libro riesce comunque a
coinvolgere, nonostante sia stato anche criticato perché giudicato retorico e
melenso.
Recenti e deprecabili episodi verificatisi nelle
scuole, in cui docenti e alunni sono spesso vittime o carnefici, mi hanno
indotto a riprendere in mano questo testo ”datato”, perché oggi più che mai
nella scuola è necessario parlare di buoni sentimenti, se non si vuole rimanere
schiacciati dall’arroganza e dalla volgarità e se non si vogliono invertire i
ruoli istituzionali. Sono convinta che per restituire alla scuola la sua
dignità è necessario ridarle autorevolezza attraverso valori vissuti piuttosto
che propinati e, a costo di apparire anacronistica, propugno l’ideale di una
scuola come luogo sacro, come palestra di vita nella quale la vita non è
raccontata ma vissuta e nella quale si gettano irrimediabilmente le basi del
nostro futuro.
Ho perciò pensato di riproporre le pagine più
significative del libro Cuore anche agli alunni di questa nuova
generazione, i cosiddetti “nativi digitali”, pagine a mio avviso ancora
attuali. Naturalmente mi sono avvalsa, in questa proposta didattico-educativa,
di strategie nuove, quali il role play, il debate, la riscrittura, il lap
book…Ho deciso di socializzare la mia esperienza didattica perché la
risposta dei miei alunni di classe quarta è stata entusiastica: in poco tempo
si sono appassionati al racconto di Enrico Bottini, trovando analogie con
situazioni vissute in classe, caratterizzando i vari alunni e soprattutto
riflettendo sui valori che il libro intende comunicare. In particolare si sono
appassionati ai racconti mensili e ai piccoli eroi del quotidiano capaci ancora
di suscitare emozioni.
Per me è stata una scommessa, anche se in cuor mio
sapevo che ai bambini il libro Cuore sarebbe piaciuto, perché i bambini,
in fondo, non sono cambiati . Un po’ di “Cuore” non fa male in una società che
rischia di autodistruggersi, ammaliata da falsi eroi e da false chimere. Lo
storico Rosario Villari ha definito il libro Cuore una pietra miliare
della cultura e della storia della nazione italiana, riconoscendogli “un alto
valore pedagogico nazionale”.
Credo nel valore dei buoni sentimenti e nella loro
perenne attualità. Occorre partire dal cuore per valorizzare un progetto
educativo che diversamente potrebbe fallire e quando, alla fine del percorso,
ho invitato i bambini, tramite un debate, a schierarsi pro o contro un
libro che molti classificano “fuori moda”, ho potuto costatare, confesso con piacere,
che molti hanno espresso il loro consenso, ravvisandone l’attualità e
riconoscendone la bellezza.
Un pensiero va alla mia maestra, figura di educatrice
che mi è rimasta nel cuore e che, assieme a mia madre, mi ha fatto amare e
scegliere la meravigliosa professione alla quale hanno dedicato con passione la
loro vita.
Autrice: Aida Dattola, laureata in Pedagogia, è insegnante nella
scuola primaria.
copyright
© Educare.it - Anno XIX, N. 7, Luglio 2019
mercoledì 17 ottobre 2018
La casetta delle fate
C'era una volta, in un bosco incantato, una graziosa casetta abitata dalle fate...
Ecco l'inizio di un testo fantastico da proporre ai miei alunni di quarta!
Ecco l'inizio di un testo fantastico da proporre ai miei alunni di quarta!
sabato 21 luglio 2018
sabato 7 luglio 2018
Una mitica lezione di ospitalità
Nel lessico quotidiano parole come “accoglienza” e “ospitalità” sono ormai ricorrenti, perché lo scenario mondiale è caratterizzato da notevoli flussi migratori di profughi che chiedono di essere accolti, sfuggendo a situazioni estreme vissute nei loro Paesi d’origine, e perché, in senso più lato, ogni essere umano ha bisogno di vivere in relazione con l’altro, diventando suo “ospite”.
Cosa significa essere ospitali ce lo insegna la mitologia greca, che il poeta latino Ovidio riprende nell’ottavo libro delle Metamorfosi, raccontando la delicata storia di Filemone e Bauci. Erano, questi, due anziani coniugi che vivevano miseramente in una casupola, uniti da un tenero vincolo d’amore.
Un giorno Zeus, padre degli dei, decise di scendere dall’Olimpo assieme al figlio Hermes per chiedere ospitalità agli uomini. Recatisi in Frigia, bussarono a tante porte, ma nessuno fu disposto ad accoglierli. Solo i due anziani coniugi aprirono la porta della loro povera casa e accolsero gli ospiti in modo gentile, rifocillandoli con il poco cibo a loro disposizione, ignari di avere a che fare con Zeus in persona. Quando Filemone scoprì che alla sua tavola era seduto proprio il padre di tutti gli dei, pensò di sacrificare l’unico tesoro in suo possesso, un’oca, per onorarlo nel modo dovuto. Ma Zeus ne impedì il sacrificio e, per compensare i padroni di casa, riconoscente, chiese loro di esprimere due desideri. Promise, inoltre, che li avrebbe portati con sé sull’Olimpo, risparmiandoli dal diluvio che avrebbe scatenato sul loro paese, per punire gli uomini per la loro mancanza di ospitalità. I due coniugi chiesero di poter servire gli dei per tutto il resto della loro vita e di poter morire insieme. La loro casa si trasformò quindi in un tempio e Filemone e Bauci vissero ancora per tanti anni servendo gli dei, come avevano richiesto, e morirono insieme, abbracciati, trasformandosi uno in una quercia e l’altra in un tiglio.
Per i Greci, come insegna questo mito, l’ospitalità era sacra, perché accogliendo un ospite si pensava si potesse accogliere un dio. Perciò, essere ospitali non era un dovere, ma un vero e proprio onore tanto che, alla sua partenza, all’ospite venivano offerti dei doni e stabilendo un legame tra le famiglie. Ancora una volta la civiltà antica riesce a fornirci una lezione “mitica” e a farci comprendere che, anche se il tempo passa, certi valori conservano inalterata la loro importanza. Non a caso, in Grecia, con il termine xenos si indicava lo straniero, ma “xenos” era anche l’ospite.
Aida Dattola
Pubblicato su Educare.it il 6 luglio 2018
giovedì 28 giugno 2018
lunedì 4 giugno 2018
Service learning
Una nuova esperienza didattica rivolta agli alunni della Scuola dell'infanzia: protagonisti gli alunni della III A, che hanno realizzato uno spettacolo con i burattini, dopo aver redatto il copione, e hanno coinvolto i loro piccoli compagni, insegnando loro come si anima un burattino.
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