sabato 19 ottobre 2019

Laboratorio artistico

Un'attività laboratoriale che ha richiesto tempo e pazienza ma, visti i risultati, ne valeva la pena!Complimenti ai miei artisti della VA, che non solo si sono avvicinati all'arte micenea, ma hanno contribuito, con le loro creazioni, ad abbellire l'aula!

sabato 13 luglio 2019

Un po' di Cuore a scuola non fa male



La prima volta che ho letto il libro Cuore avevo otto anni: era il regalo della mia maestra per la Prima Comunione. Lei sembrava proprio nata dalla penna di Edmondo De Amicis, perché era buona e paziente, aveva un modo pacato di rapportarsi con noi alunne, che considerava delle figlie, visto che lei non aveva provato la gioia della maternità , ma soprattutto perché era capace di infondere quei buoni sentimenti che non passano mai di moda.

Il racconto di Enrico, il protagonista del libro Cuore, mi appassionava e mi catapultava in una scuola in cui si esaltavano i valori della famiglia, della patria, del rispetto e della solidarietà. Eppure, anche allora non mancavano le criticità: invidia, superbia, reiterati atti vessatori nei confronti di coetanei, che oggi definiremmo “bullismo”, ma c’era il mondo degli adulti pronto a redarguire, a insegnare, a dimostrare, con l’esempio, la sua autorevole capacità di indirizzare le menti dei bambini verso finalità positive.

Ho riletto più volte il libro Cuore, l’ho proposto ai miei alunni, ho scritto una drammatizzazione rappresentata con successo e ho riflettuto sul fatto che questo libro riesce comunque a coinvolgere, nonostante sia stato anche criticato perché giudicato retorico e melenso.

Recenti e deprecabili episodi verificatisi nelle scuole, in cui docenti e alunni sono spesso vittime o carnefici, mi hanno indotto a riprendere in mano questo testo ”datato”, perché oggi più che mai nella scuola è necessario parlare di buoni sentimenti, se non si vuole rimanere schiacciati dall’arroganza e dalla volgarità e se non si vogliono invertire i ruoli istituzionali. Sono convinta che per restituire alla scuola la sua dignità è necessario ridarle autorevolezza attraverso valori vissuti piuttosto che propinati e, a costo di apparire anacronistica, propugno l’ideale di una scuola come luogo sacro, come palestra di vita nella quale la vita non è raccontata ma vissuta e nella quale si gettano irrimediabilmente le basi del nostro futuro.

Ho perciò pensato di riproporre le pagine più significative del libro Cuore anche agli alunni di questa nuova generazione, i cosiddetti “nativi digitali”, pagine a mio avviso ancora attuali. Naturalmente mi sono avvalsa, in questa proposta didattico-educativa, di strategie nuove, quali il role play, il debate, la riscrittura, il lap book…Ho deciso di socializzare la mia esperienza didattica perché la risposta dei miei alunni di classe quarta è stata entusiastica: in poco tempo si sono appassionati al racconto di Enrico Bottini, trovando analogie con situazioni vissute in classe, caratterizzando i vari alunni e soprattutto riflettendo sui valori che il libro intende comunicare. In particolare si sono appassionati ai racconti mensili e ai piccoli eroi del quotidiano capaci ancora di suscitare emozioni.

Per me è stata una scommessa, anche se in cuor mio sapevo che ai bambini il libro Cuore sarebbe piaciuto, perché i bambini, in fondo, non sono cambiati . Un po’ di “Cuore” non fa male in una società che rischia di autodistruggersi, ammaliata da falsi eroi e da false chimere. Lo storico Rosario Villari ha definito il libro Cuore una pietra miliare della cultura e della storia della nazione italiana, riconoscendogli “un alto valore pedagogico nazionale”.

Credo nel valore dei buoni sentimenti e nella loro perenne attualità. Occorre partire dal cuore per valorizzare un progetto educativo che diversamente potrebbe fallire e quando, alla fine del percorso, ho invitato i bambini, tramite un debate, a schierarsi pro o contro un libro che molti classificano “fuori moda”, ho potuto costatare, confesso con piacere, che molti hanno espresso il loro consenso, ravvisandone l’attualità e riconoscendone la bellezza.

Un pensiero va alla mia maestra, figura di educatrice che mi è rimasta nel cuore e che, assieme a mia madre, mi ha fatto amare e scegliere la meravigliosa professione alla quale hanno dedicato con passione la loro vita.



Autrice: Aida Dattola, laureata in Pedagogia, è insegnante nella scuola primaria.

copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 7, Luglio 2019


mercoledì 17 ottobre 2018

La casetta delle fate

C'era una volta, in un bosco incantato, una graziosa casetta abitata dalle fate...
Ecco l'inizio di un testo fantastico da proporre ai miei alunni di quarta!

sabato 7 luglio 2018

Una mitica lezione di ospitalità




imgNel lessico quotidiano parole come “accoglienza” e “ospitalità” sono ormai ricorrenti, perché lo scenario mondiale è caratterizzato da notevoli flussi migratori di profughi che chiedono di essere accolti, sfuggendo a situazioni estreme vissute nei loro Paesi d’origine, e perché, in senso più lato, ogni essere umano ha bisogno di vivere in relazione con l’altro, diventando suo “ospite”.

Cosa significa essere ospitali ce lo insegna la mitologia greca, che il poeta latino Ovidio riprende nell’ottavo libro delle Metamorfosi, raccontando la delicata storia di Filemone e Bauci. Erano, questi, due anziani coniugi che vivevano miseramente in una casupola, uniti da un tenero vincolo d’amore.
Un giorno Zeus, padre degli dei, decise di scendere dall’Olimpo assieme al figlio Hermes per chiedere ospitalità agli uomini. Recatisi in Frigia, bussarono a tante porte, ma nessuno fu disposto ad accoglierli. Solo i due anziani coniugi aprirono la porta della loro povera casa e accolsero gli ospiti in modo gentile, rifocillandoli con il poco cibo a loro disposizione, ignari di avere a che fare con Zeus in persona. Quando Filemone scoprì che alla sua tavola era seduto proprio il padre di tutti gli dei, pensò di sacrificare l’unico tesoro in suo possesso, un’oca, per onorarlo nel modo dovuto. Ma Zeus ne impedì il sacrificio e, per compensare i padroni di casa, riconoscente, chiese loro di esprimere due desideri. Promise, inoltre, che li avrebbe portati con sé sull’Olimpo, risparmiandoli dal diluvio che avrebbe scatenato sul loro paese, per punire gli uomini per la loro mancanza di ospitalità. I due coniugi chiesero di poter servire gli dei per tutto il resto della loro vita e di poter morire insieme. La loro casa si trasformò quindi in un tempio e Filemone e Bauci vissero ancora per tanti anni servendo gli dei, come avevano richiesto, e morirono insieme, abbracciati, trasformandosi uno in una quercia e l’altra in un tiglio.
Per i Greci, come insegna questo mito, l’ospitalità era sacra, perché accogliendo un ospite si pensava si potesse accogliere un dio. Perciò, essere ospitali non era un dovere, ma un vero e proprio onore tanto che, alla sua partenza, all’ospite venivano offerti dei doni e stabilendo un legame tra le famiglie. Ancora una volta la civiltà antica riesce a fornirci una lezione “mitica” e a farci comprendere che, anche se il tempo passa, certi valori conservano inalterata la loro importanza. Non a caso, in Grecia, con il termine xenos si indicava lo straniero, ma “xenos” era anche l’ospite.
Aida Dattola
Pubblicato su Educare.it il 6 luglio 2018